Festa della famiglia, recita la liturgia.
Festa della mia famiglia, aggiungo io.
La famiglia concreta, oggettiva, reale da cui provengo o che ho formato o che desidero formare.
E, di questi tempi, stride e fa riflettere questa festa, una quasi provocazione che vola alto sopra le nostre beghe politiche e sociali, che infonde vigore ed energia alla nostra quotidianità, che ridà spessore al nostro Natale.
Che ci piaccia o no la famiglia è e resta il cuore del nostro percorso di vita, della nostra educazione, spesso è all’origine di molta sofferenza, di qualche delusione e, grazie al cielo, di immensa gioia.
Fa sorridere che Dio abbia voluto sperimentare l’esperienza famigliare.
Fa riflettere che, per farlo, abbia scelto una famiglia così sfortunata e complicata.
Stupisce che la Chiesa si ostini a proporre questa famiglia come modello, una famiglia francamente inusuale: il padre del bimbo non è il padre biologico, la coppia vive nell’astinenza, il figlio è la presenza del Verbo di Dio, e i coniugi di ritrovano a scappare a causa della improvvida notorietà del neonato…
Ma non è nella diversità che vogliamo seguire Maria e Giuseppe, ma nella loro concretezza di coppia che vede la propria vita ribaltata dall’azione di Dio e dal delirio degli uomini, nella loro capacità di mettersi da parte, sul serio, senza ricatti, senza patemi, per inserirsi in un progetto più grande, quello che Dio ha sul mondo.
Maria stringe forte a sé il piccolo neonato che sente il calore e l’odore della sua pelle.
Giuseppe, ora, è sereno.
L’avventura di far nascere il proprio figlio primogenito lontano da casa l’ha duramente provato ma ora, dopo quella tumultuosa notte piena di emozioni e di segni, il giovane Giuseppe si sente pieno di fiducia per il futuro.
Gesù è stato affidato al Dio di Israele, come prescritto, e nel grandioso Tempio di Gerusalemme un vecchio ha preso in braccio il bambino profetizzando.
È tempo di tornare a casa, Gesù è cresciuto a sufficienza per affrontare il viaggio di quasi duecento chilometri che li separano da Nazareth. Ma quella notte Giuseppe ha un sogno: un angelo lo invita a fuggire, Erode vuole uccidere il bambino.

Dura realtà
Potrei continuare così per tre pagine, nel maldestro tentativo di ridare concretezza alla famiglia di Nazareth.
Siamo tutti talmente presi dalle emozioni del Natale (che spero sia stato un buon Natale per ciascuno di voi!) da dimenticare il peso della concretezza che, come ogni famiglia, Maria e Giuseppe hanno dovuto affrontare.
La fuga in Egitto rappresenta il culmine della fatica della famiglia di Gesù; osiamo solo immaginare il dolore di vivere lontani da casa, da clandestini, in condizioni economiche e lavorative precarie.
Dopo qualche anno di esilio ecco Nazareth, infine, con la bottega del falegname e il bambino che cresce. Momenti di lunga ed intensa serenità, finalmente
Oggi celebriamo la Santa Famiglia, così diversa dalle nostre famiglie eppure così identica alle nostre nelle dinamiche affettive.
Se, dicevamo, Natale ci obbliga a chiederci se davvero vogliamo un Dio così inerme, la meditazione di questa famiglia e dei trent’anni vissuti a Nazareth, se possibile, ci forniscono spunti ancora più incisivi…
Dio cresce, quindi.
Cresce nella quotidianità di una famiglia di povera gente, piena di fede e donata al Mistero. Una famiglia che ha qualcosa da dire alla mia famiglia.

Quotidianità
La prima riflessione deriva proprio dal tran-tran quotidiano che Maria e Giuseppe vivono.
Siamo abituati a considerare il tempo diviso in feriale e festivo.
Altro è lo scorrere ripetitivo e noioso dei giorni, altro è l’evento cui ci prepariamo con gioia intensa; altra la fatica del lavoro altra l’ebbrezza delle ferie estive.
Così nella fede: la domenica, se riusciamo, ritagliamo cinquanta minuti di Messa e poi, in settimana, siamo travolti dagli impegni.
Nazareth ci insegna che Dio viene ad abitare in casa, che nella quotidianità e nella ripetitività dei gesti possiamo realizzare il Regno, fare un’esperienza mistica, crescere nella conoscenza di Dio.
Possiamo (sul serio!) elaborare una teologia del pannolino, un trattato mistico dei compiti dei figli, una spiritualità della rata del mutuo da pagare.
La straordinaria novità del cristianesimo è proprio la sua assoluta ordinarietà.
Coppie che avete un figlio primogenito: la vostra fatica e le notti insonni, il rapporto faticoso tra voi a causa della stanchezza e le preoccupazioni, sono le stesse di Maria e Giuseppe.
Amici che vivete problemi al lavoro: anche Giuseppe ha passato notti agitate prima di chiedere un mutuo, per poter ingrandire la bottega da falegname.
Donne che avete consacrato la vostra vita ai figli: anche Maria ha avuto un velo di tristezza negli occhi quando ha visto allo specchio il suo primo capello bianco…
Dio ha deciso di abitare la banalità, di colmare lo scorrere dei giorni.

Il Mistero per casa
Maria e Giuseppe vedono il Mistero di Dio che gattona e bordeggia, che passa le notti piangiucchiando per la nascita di un dentino… Mi sono chiesto cento volte quanta fede hanno dovuto avere questi genitori per dirsi che quel bambino, identico a tutti i bambini, era davvero il Figlio di Dio.
Giuseppe spesso guardava, alla fine della giornata, la sua verginale sposa, imbarazzato per l’immensità della sua fede, sentendosi un poco inadatto a tanta meravigliosa tenacia.
Maria, quando portava il caffè a metà mattinata a Giuseppe con i capelli ricci pieni di trucioli, benediceva in cuor suo il Signore per avergli dato un compagno così semplice e vero.
La Santa Famiglia ci invita a guardare gli altri membri della famiglia con uno sguardo di fede e di luce, scovando il Mistero nascosto nelle persone che pensiamo statiche e immutabili.

Affidiamo a Dio le nostre famiglie concrete, quelle che abbiamo o che avremmo voluto avere, con tutta la fatica e la gioia, le contraddizioni e le povertà, le emozioni e il bene che ci sappiamo dare.
Dio ci abita.

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