Si parla spesso di nemici, di questi tempi. Nemici dell’occidente, dell’America, della civiltà. Si fa però fatica a definire chiaramente chi siano veramente i “nemici”, questi nemici. L’idea che i nemici siano genericamente i “terroristi” sta creando non pochi imbarazzi alla diplomazia americana che – cercando appoggi internazionali – si vede davanti Stati assolutamente solidali nella lotta al terrorismo, che però intendono la lotta in maniera leggermente opportunista. Ognuno ha i suoi terroristi: dai ceceni ai curdi, ai resistenti Nepalesi. Come a dire: noi riconosciamo la lotta al terrorismo, voi chiudete un occhio sui nostri “terroristi”.
Durante una trasmissione che cercava di delineare dei confini (quando uno è “terrorista” e quando è “resistente”?) mi sono ricordato di Youssuf.
Youssuf è parroco di Rena, vicino a Betlemme, è palestinese di razza, israeliano di cittadinanza e cristiano di fede. Riflettendo sulla questione Palestinese mi diceva: “Per un arabo, per un ebreo, Dio è qui, è questa terra. Quindi chi tocca la terra tocca Dio, chi prende la terra prende Dio e diventa tuo nemico. Per il cristiano, invece, il nemico non è l’altro, è dentro di se”


I due personaggi della parabola, il fariseo e il pubblicano, sono due modi diversi di essere discepoli. Modi molto diversi. Il fariseo – leggete – dice il vero, tutto sommato: vive la fede con entusiasmo, pratica la giustizia, è un fedele modello, e sa di esserlo. Prega anche nel modo giusto: ringrazia Dio, subito, prima di chiedere qualcosa. Ma presume d’essere giusto e disprezza gli altri, ha un nemico, fuori di sé. Guarda con disprezzo il pubblicano (che è davvero peccatore!) e ne prende le distanze. Il pubblicano – invece – non osa alzare lo sguardo: conosce il suo peccato, non ha bisogno di fare l’esame di coscienza: glielo ha già fatto il fariseo! Solo chiede pietà.


Succede anche a me: faccio fatica a guardarmi dentro con equilibrio. Fatico a non deprimermi nei momenti di difficoltà, in cui emergono più evidenti i miei limiti e i miei difetti. Fatico a non tentare di mostrare il mio “meglio” quando sto con gli altri. Ma soprattutto fatico a paragonarmi agli altri in maniera serena. Se capissimo di essere unici, imparagonabili! Se sapessimo amarci come Dio ci ama, senza eccessi! No, non ho bisogno di guardare al peggio o al meglio di chi sta intorno per esaltarmi o deprimermi, specialmente nella fede. L’errore del fariseo è questo: è giusto e sa di esserlo, non ha compassione né misericordia. Misericordia e compassione che – invece – ha Dio verso il pubblicano, che esce cambiato.
Ecco una buona battaglia per il discepolo: l’equilibrio in se stesso: senza trovare colpevoli “fuori”, senza autolesionismo depressivo. Consapevole della propria fragilità e della propria grandezza, perdonato che sa perdonare, pacificato che sa pacificare.
Mi immagino un incontro diplomatico al vertice basato sul Vangelo: Sharon che dice “Ci dispiace di ciò che facciamo, abbiamo paura di essere nuovamente spazzati via e diventiamo aggressivi” e Arafat che risponde “No, noi dobbiamo dire chiaramente che possiamo stare benissimo in due in questo paese”; Bin Laden che sorseggia un buon thé con Bush: uno che rinnega la violenza che crea solo altra violenza, l’altro che si impegna a recedere dall’egoismo consumistico che tratta i popoli poveri come potenziali schiavi.
Avessimo tutti il coraggio di fare un passo indietro! Di scendere dal piedistallo che ci costruiamo per crescere in umanità e verità! Il nemico è dentro, non fuori. E’ il mio egoismo, la parte brutta di me che deve essere illuminata dal Vangelo, è scoprire l’altro, accoglierlo e accogliermi.
Io voglio iniziare a costruire la pace dall’unica persona su cui ho influenza: me stesso. Quanta più armonia in coppia ci sarebbe con un po’ più di umiltà e verità, con qualche “scusami” in più…
E la Chiesa, comunità di credenti, è popolo di perdonato, non di perfetti. Le paranoie, le prese di distanza dalla Chiesa che sento in giro (scusate, ma quale chiesa? Quella nella nostra testa?), spesse volte si basano su questo equivoco di fondo: il cristiano deve essere irreprensibile, non ipocrita. Vero. In parte, solo. Il cristiano è e resta peccatore, ma toccato dalla tenerezza del perdono. Ci troviamo in chiesa non per lustrarci l’aureola ma per celebrare quella misericordia che – tutti – ci ha cambiato. Non è splendido?


Un saluto telematico – infine – alle coppie che nello scorso we hanno riflettuto con me sulla spiritualità di coppia e che ora sono rientrati nel tran-tran: tenete duro!

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