`E’ il momento giusto: Dio ti si è avvicinato, cambia la tua vita!`, il messaggio autorevole di Gesù riecheggia in Galilea, il falegname di Nazareth, che tutti conoscono, ha preso il posto del Battista, e tutti ne restano ammaliati e turbati.
Marco annota lo stupore della folla che è ammirata dall’insegnamento autorevole di Gesù, contrariamente a quanto accadeva con i predicatori di professione. La folla era abituata alle dissertazioni teoriche dei dottori della legge e degli scribi, che predicavano la parola, il più delle volte, per dimostrare la propria capacità dialettica e per far sfoggio di cultura e che, regolarmente, passava ad una spanna sopra la testa degli uditori (fortunatamente oggi non è più così!…); la parola del falegname di Nazareth, invece, lascia interdetti: raggiunge nel cuore, spalanca nuovi significati, alleggerisce la vita.
Gesù parla per esperienza: il suo fecondo rapporto con Dio gli permette di indicare una strada di autenticità che colpisce in pieno volto l’uditore.

Spazio al silenzio
Siamo invitati anche noi, nell’eccesso delirante di comunicazione che contraddistingue il nostro tempo, a fare ordine nelle troppe voci che sentiamo.
Tuttologi, corsivisti, opinionisti, fino al discorso da bar, tutti veniamo strattonati per la giacca da mille idee e finiamo, il più delle volte, a non averne alcuna o a sposare quella che suscita maggiori consensi. L’autorevolezza di Gesù non ha nulla a che vedere con l’autoritarismo di chi impone una sua idea senza motivarla, egli parla dal profondo, parla per amore, mette l’uditore al centro del suo discorso perché davvero gli sta a cuore la salvezza e la felicità di ognuno.
Gesù non condivide neppure quel triste atteggiamento, troppo diffuso oggi, di chi confonde l’assenza di idee con la tolleranza e l’apertura; da educatore verifico mille volte negli adolescenti e nei giovani la presenza di un distruttivo senso di smarrimento di chi non trova in noi adulti nessuna certezza e che perciò fatica a farsene delle proprie.
Io credo, e lo credo con forza, che Gesù può davvero dire una parola definitiva sull’uomo e su Dio e nel suo equilibrio, nel suo fascino, nella sua schietta e virile verità, nel suo amorevole desiderio di salvezza, trovo un punto fermo da cui partire per la mia ricerca.
Dobbiamo essere realisti: nel troppo rumore diventa difficile udire l’impercettibile discorso di Dio, un Dio che – almeno lui! – non urla per farsi sentire ma c’invita, piuttosto, a rientrare in noi stessi.
Senza silenzio la nostra vita muore frastornata dai troppi rumori, senza interiorità finiamo col non sapere neppure noi quali idee abbiamo, senza spiritualità il mondo che ci circonda ci possiede, come l’indemoniato nella sinagoga.

Che c’entri con noi, Nazareno?
L’indemoniato è simbolo di tutte le obiezioni che c’impediscono, infine, di diventare credenti. Abita nella sinagoga, partecipa alla preghiera, professa la sua fede(!); Marco, con sfrontatezza, ammonisce la comunità che legge il suo Vangelo: il primo esorcismo che Gesù esercita è nella comunità, tra i fratelli. Non esistono pericoli `fuori`, ma `dentro` di noi, dentro le nostre scelte viviamo le contraddizioni della fede, dentro le nostre comunità abita la logica tenebrosa della divisione.
L’affermazione del credente indemoniato è terribile: `Che c’entri con noi, sei venuto per rovinarci!`
E’ demoniaca una fede che tiene il Signore lontano dalla quotidianità, che lo relega nel sacro, che sorride benevola alle pie esortazioni senza calarle nella dura quotidianità; è demoniaca una fede che vede in Dio un concorrente e che contrappone la piena riuscita della vita, con la fede: se Dio esiste io sono castrato, non posso realizzare i miei desideri; è demoniaca una fede che resta alle parole: il demone riconosce in Gesù il santo di Dio ma non aderisce la suo vangelo.
Ecco tre rischi concreti e misurabili per noi discepoli che frequentiamo la sinagoga: professare la fede in un Dio che non c’entra con la nostra vita, un Dio avversario, un Dio da riconoscere solo a voce.
Il primo annuncio di conversione risuona, in Marco, nella comunità dei credenti.
Siamo sempre tentati di trovare altrove, nel `mondo`, i nostri nemici, i nostri avversari. Gesù, con maggiore realismo, ci dice di guardare dentro la comunità, dentro gli atteggiamenti che consideriamo scontati e ovvi: una fede solo devozionale, un’appartenenza solo esteriore, una fede solo intellettuale, ci impediscono una totalizzante esperienza di discepolato.
`Che c’entri con noi?`.
Il rischio, diffuso e presente nella Chiesa del terzo millennio, nel nostro occidente che crede di credere, pasciuto e annoiato, è di una fede che resta chiusa nel prezioso recinto del sacro, di una fede fatta di sacri formalismi e di tradizioni, che però non riesce ad incidere, a cambiare la mentalità e il destino del mondo. Una fede che non cambia la vita, i rapporti in economia, in politica, nella giustizia, è una fede falsamente cristiana.
Non basta credere: anche il demonio crede, anch’egli sa bene chi è Gesù e, proprio per questo, sa che egli è venuto per distruggere le tenebre che abitano prepotenti il nostro mondo.

Una Parola che fa unità
Accogliamo la Parola liberatrice che, oggi, il Maestro rivolge alla sua comunità.
Chiediamogli che la nostra fede contagi la vita, che illumini le scelte e il quotidiano.
La Parola di cui ci nutriamo, insieme al pane eucaristico, ogni domenica, è una Parola autorevole, che ci spinge al cambiamento, che ci mette le ali, che illumina i nostri passi.
Restiamo sereni, noi discepoli del Signore: egli ci libera da ogni tentazione, strappa da noi la parte oscura e distruttiva che ci abita, scioglie il dubbio, ci spinge alla fiducia e all’abbandono.
Colui che solo ha una parola definitiva sulla Storia ci rende liberi da ogni laccio per poterlo riconoscere come Maestro e Signore.

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