Una mini-parabola da far drizzare i capelli. Poche parole, ben assestate, per denunciare un atteggiamento che può riguardare anche noi. Domenica scorsa qualcuno mi diceva che questo Gesù non ha peli sulla lingua. Vero: facevo notare come l’amore non si riduce a sdolcinerie ma si attua con un servizio alla verità che alle volte può essere scomodo. La parabola del dire e del fare, quella di oggi. Gesù racconta di quei due figli che cambiano idea: uno dice “sì” ma non fa, l’altro dice “no” ma ci ripensa e fa. Vedete: la fede cristiana ha una caratteristica che la rende unica. Il fatto di avere un Dio incarnato costringe la nostra spiritualità ad incarnarsi, obbliga la nostra preghiera a diventare azione, porta i nostri discorsi alla verifica continua nelle azioni. Come sarebbe più comoda una fede che resta nei cieli! Una religione che si esaurisce nella preghiera e nel culto. Macché: Gesù desidera che lo imitiamo nelle parole e nelle opere. Che la nostra fede conservi questo doppio polmone di incontro nell’intimo e di servizio nella vita. E allora, anche se disturba, dobbiamo chiedercelo: quanto influisce la nostra fede sulla nostra vita? Quanti gesti sono cambiati da quando il Vangelo è entrato nella mia vita? Questa riflessione ci obbliga ad essere estremamente concreti, sinceri con noi stessi. A due livelli: il primo riconoscendo che credere in Dio non significa fare un bel ragionamento o un bell’atto sentimentale chiuso in se stesso. Mi chiedo: è possibile essere “credenti non praticanti”? Cioé credere nel Dio di Gesù Cristo (non quello più approssimativo che ho nella mia testa!) e non desiderare di conoscerlo di condividerlo, di celebrarlo? Un po’ come dire: “sono innamorato non praticante” … ma che significa? Il “dire” la nostra fede significa renderla presenza concreta nella comunità.
Il secondo livello di riflessione è lo spazio che la nostra fede, il nostro culto occupa nella nostra vita. Corriamo il rischio di vivere a compartimenti stagni: tiriamo fuori Dio cinque minuti al giorno, un’ora a settimana, finita la benedizione della Messa, amen, la vita ci aspetta fuori, Dio lo teniamo nei tabernacoli … Ho paura quando celebriamo il Dio della vita e fuori compiamo gesti di morte. Ho paura quando cantiamo l’amore che ci ha riuniti e fuori stoniamo con il nostro egoismo. Tremo all’idea di radunare una comunità di fratelli che fuori dalla chiesa neppure si salutano. No, amici, o la fede ‘detta’ è ‘vissuta’ o siamo ipocriti. Attenti, però! Questo è un obiettivo, una tensione da realizzare. Ricercare in noi e nelle comunità una perfezione asettica non è evangelico! No: il Signore chiede l’autenticità, apprezza di più il figlio che dice: “Non ce la faccio, non ne ho voglia” e poi si sforza rispetto all’altro che dice “sì” e non si schioda. Perciò Gesù loda quei pubblicani e quelle prostitute che hanno accolto la Parola calandola nella loro vita, facendola diventare conversione, cambiamento, ricerca. E accusa i giusti, le persone ‘per bene’, che non fanno calare l’annuncio del Vangelo nella concretezza della loro vita. Che il Signore ci spinga all’autenticità, ci doni di non fermarci alle parole (preti in testa, scrivente in avanscoperta) ma, con semplicità e coraggio, ci conceda di gridare il Vangelo con la nostra vita. Solo così potremo diventare figli di quel Dio che continuamente cerca l’uomo per svelargli il suo amore.

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