Le donne vanno al sepolcro quando è ancora buio  (Gv 20,1), si sono alzate presto, prima degli altri, non hanno chiuso occhio in quella notte, il sonno non le ha riposate. Si sentono impotenti, turbate, scosse nel profondo. Tutto si è svolto così in fretta, in maniera così drammatica che non sanno cosa pensare.
Poi, il senso del reale e la concretezza femminile le ha scosse dalle loro tenebre e si sono organizzate per salire alla tomba di Gesù, per fare ciò che due giorni prima, a causa della vigilia di Pesah, è stato loro proibito: lavare il cadavere, pulirlo dall’orgia di sangue e di umori, di tumefazioni e di edemi che hanno sfigurato il volto, offeso il corpo del loro Maestro e Signore.
Ma, una volta, arrivate, non hanno trovato nessuno.
Alcuni tra gli evangelisti parlano di angeli che le rassicurano, che le invitano ad andare oltre, a superare l’ovvio.
Abbandonato in fretta il sepolcro le donne corrono dai dodici (cfr Mt 28,8) per parlare loro di ciò che è successo.
Per annunciare che Gesù è vivo, hanno dovuto abbandonare in fretta il sepolcro, hanno dovuto superare il loro dolore, la coscienza del proprio limite, la durezza della violenza che non risparmia i discepoli.

Sepolcri
«Gerusalemme non vuole essere amata. Il sepolcro non vuole essere amato».
È molto serio padre Gabriele mentre mi parla. Lui al sepolcro ci ha vissuto per sei anni, sopportando il clamore di quella chiesa annerita dagli incendi, sporca, trasandata, mai restaurata, percorsa da migliaia di pellegrini ogni giorno, alcuni devoti, molti curiosi, troppo turisti. Ha visto e sopportato il non senso dello status quo che consente ai latini di celebrare la veglia pasquale alle 6,30 del mattino del sabato, un delirio liturgico. Il sepolcro non va amato, Cristo va amato.
Abbandoniamo i sepolcri, tutti i sepolcri. Non facciamo un favore a Dio imbalsamandolo e riempiendo di fiori la sua tomba. Non facciamo un favore a Dio moltiplicando le devozioni, irrigidendo i nostri schemi, imbalsamando le nostre liturgie.
Quale sepolcro devi abbandonare in fretta, amico lettore?
Quale dolore devi smettere di venerare?
Quale tomba devi lasciare alle tue spalle?

Tommaso
Anche gli apostoli, tutti gli apostoli, hanno dovuto convertire il loro cuore.
Alle parole delle donne che cadono nel vuoto, vaneggiamento di caratteri emotivi ed isterici (Lc 24,11). Alla loro esperienza sensibili, come fanno Pietro e Giovanni correndo e vedendo un lenzuolo svuotato (Gv 20). Alla parola del Maestro che chiede loro di non fermarsi al proprio limite, al proprio peccato, alla propria evidente fragilità (Gv 21,15).
Tommaso, il grande credente, deve abbandonare il sepolcro della delusione nei confronti dei suoi amici e compagni di fede, la peggiore delle crisi, la consapevolezza che la Chiesa, quella reale, non quella sognata, è fatta da uomini e donne peccatori e deboli.

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«Tommaso, abbiamo visto il Signore! È vivo!»
Tommaso guarda i volti euforici dei suoi compagni. È sbalordito e attonito.
«È così, Tommaso! È anche apparso a Cleopa e Zaccaria, nei pressi di Emmaus!»
Tommaso indietreggia, non si lascia abbracciare dagli altri.
«Tu Andrea, tu Simone, tu Giovanni? Voi mi venite a dire questo? Dove eravate? Dovevamo morire con lui! Siamo tutti fuggiti! No, se non lo vedo, se non vedo le sue ferite io non crederò!».
Il sorriso si spegne sul volto degli altri. Ha ragione, Tommaso.
Non se va Tommaso. Non si sente offeso se il messaggio della resurrezione è affidato alle nostre fragilissime mani. Non capisce ma resta, senza fondare una chiesa alternativa, senza sentirsi migliore, senza andarsene.
E fa bene a restare. Otto giorni dopo il Maestro torna, apposta per lui.

Chiodi
Eccolo, il Risorto. Leggero, splendido, sereno. Sorride, emana una forza travolgente.
Gli altri lo riconoscono e vibrano. Tommaso, ancora ferito, lo guarda senza capacitarsi. Viene verso di lui ora, il Signore, gli mostra le palme delle mani, trafitte.
«Tommaso, so che hai molto sofferto. Anch’io ho molto sofferto: guarda qui»
E Tommaso cede. La rabbia, il dolore, la paura, lo smarrimento si sciolgono come neve al sole.
Si butta in ginocchio ora e bacia quelle ferite e piange e ride.
«Mio Signore! Mio Dio!».

San Tommaso
San Tommaso, patrono di tutti gli entusiasti che buttano il cuore oltre l’ostacolo, che ci credono a  questo Cristo, aiuta quelli che hanno sperimentato sulla propria pelle il fallimento della vita. Dona loro di non lasciarsi travolgere dalla rabbia e dal dolore, ma di sapere che il Maestro ama la loro generosità, come ha amato la tua.
San Tommaso, patrono di tutti gli scandalizzati dall’incoerenza della Chiesa, aiuta chi è stato ferito dalla spada del giudizio clericale a non fermarsi alla fragilità dei credenti ma di fissare lo sguardo sullo splendore del risorto che essi indegnamente professano.
San Tommaso, patrono dei tenaci, aiuta a non sentirci migliori quando, come te, vediamo che i nostri fratelli nella fede sono piccini, ma a restare fedeli al grande sogno del Maestro che è la Chiesa e a convertire la Chiesa a partire da noi stessi.
San Tommaso, patrono dei crocefissi senza chiodi, che hai visto nel segno delle palme del Signore riflesso lo squarcio che la sua morte aveva provocato nel tuo cuore, aiuta a vedere che il dolore, ogni dolore, il nostro dolore è conosciuto da Dio.
San Tommaso, patrono dei discepoli, primo, tra i Dodici, ad avere professato la divinità di Cristo, aiutaci a professare con franchezza la nostra fede nel volto di Dio che è Gesù.

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