La vacanza ha dato occasione agli apostoli di tirare il fiato, di sentire vicina la presenza del Rabbì, di superare la stanchezza infinita che abita il loro e il nostro cuore.

Scoprire Gesù che si commuove per la folla, pecore senza pastore, ha messo loro le ali: sì, vale la pena annunciare la buona notizia di un Dio che ti abbraccia come un padre fa con il proprio figlio!

L’euforia, però, sta per finire: la folla che si è radunata per ascoltare il Rabbì sta per assistere al miracolo più eclatante di Gesù, miracolo che si rivelerà il più drammatico.

Il miracolo inutile

Il miracolo della moltiplicazione dei pani segna l’inizio della fine di Gesù, l’apoteosi dell’incomprensione, il delirio di un’umanità che preferisce lo stregone al Messia, il prodigio all’amore.

Giovanni sceglie proprio questo miracolo per iniziare una complessa catechesi alle sue (e alle nostre) comunità su chi è Dio e su cosa siamo noi e quale debba essere l’atteggiamento corretto del discepolo verso il Maestro.

Gesù è ad una svolta. Il falegname di Nazareth che ha lasciato la sua bottega ed ora gira con un gruppo di discepoli parlando di Dio è diventato famoso: Rabbì Gesù acquista nel giro di pochi mesi una fama insperata (ricordate l’appunto di Marco che ci rivela che il gruppo non riusciva neppure a mangiare in santa pace?); folle numerose lo seguono attratti un po’ dalle sue parole e molto per la sua fama di guaritore potente.

A Cafarnao si consuma la tragedia, avviene la frattura, la fine di una neonata brillante carriera politica. Gesù moltiplica i pani e la gente lo vuole far re: chi non incoronerebbe uno che distribuisce pane e pesci gratis? Gesù è turbato da questo epilogo e fa un discorso duro, durissimo, incomprensibile che avrà, come vedremo nelle prossime domeniche, un esito drammatico.

Particolari
Sappiamo tutti com’è andata: la folla, il gran caldo, Gesù che parla e la gente che ripete a quelli che stanno dietro, le ore che scorrono ad ascoltare della bellezza di Dio, poi Gesù si accorge dell’ora tarda, il languorino allo stomaco ha preso anche lui.

Sappiamo della richiesta fatta agli apostoli e della loro risposta realistica e disincantata: Filippo che annota che ci vorrebbero duecento denari (l’equivalente di duecento giornate di lavoro!) per dare un misero pezzo di pane alle cinquemila famiglie presenti.

Giovanni, il grande, aggiunge un particolare: è un ragazzo che offre la sua merenda a Gesù per provocare il miracolo.

Un adolescente generoso sente la richiesta di Gesù rivolta ai discepoli e tira per la tunica il più vicino, Andrea, mostrandogli le cose che la madre previdente gli ha infilato nella sacca.

Gesù sorride: quando capiremo noi adulti che Dio ha bisogno della beata incoscienza degli adolescenti? Davide non fu forse scelto re quando ancora faceva il pastorello? E Maria la madre non fu chiamata nell’età del fidanzamento, quando aveva tredici o quattordici anni?

Il problema di noi adulti è smarrire il sogno, essere talmente realisti da diventare aridi.

Dio, eterno adolescente, ama il gesto ingenuo e straordinario del ragazzo.

E sfama la folla.

Dai!
Smettiamola di recitare le litanie delle nostre fragilità e delle nostre incapacità di fronte alle tragedie del mondo, piantiamola di inanellare pessimistiche analisi sul destino del mondo e della Chiesa, finiamola di gufare all’inizio dell’anno pastorale quando vediamo il nostro quartiere crescere e la nostra parrocchia arrendersi!

Un po’ di leggerezza, prego.
Dio ha bisogno della nostra merenda per sfamare il mondo.

Non è sufficiente, ovvio.
Ciò che manca lo mette il cuore di Dio.
Gesù trasforma la merenda di questo ragazzo, il più saggio di tutti, in abbondanza.

Dio è fatto così: non interviene al posto nostro, chiede la nostra collaborazione, non si sostituisce a noi, esige che ci mettiamo in gioco, che diamo del nostro.

Davanti alla tristezza e alla devastazione del nostro mondo, Dio si manifesta il più equilibrato e il più logico di tutti, chiedendoci di intervenire.

Lo vogliamo davvero un Dio così?

Idiozie
La folla guarda attonita le ceste di pane che passano, mangia, rimangia, mangia ancora, si infila il pane nelle bisaccia, le riempie, avanza ancora, un boccone, due, lo stomaco scoppia, ne avanza ancora.

Qualche istante di silenzio, poi il brusio diventa grido, la gente si alza, ora ha capito.

No, non ha capito, ha capito il contrario.
Gesù, con quel gesto, dice: “Davanti alla difficoltà, anche se non hai le forze, mettiti in gioco, dona quel poco che hai e diventerà un miracolo di condivisione”

La folla ha capito: “Gesù ci dona da mangiare, abbiamo finito di tribolare”.

L’esatto contrario, l’esatto contrario.
Gesù scappa, turbato.
È dunque così difficile spiegarsi agli uomini?

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