Maria stringe forte a sé il piccolo neonato che sente il calore e l’odore della sua pelle.
Giuseppe. Ora, è sereno. L’avventura di far nasce il proprio figlio primogenito lontano da casa l’ha duramente provato ma ora, dopo quella tumultuosa notte piena di emozioni e di segni, il giovane Giuseppe si sente pieno di fiducia per il futuro. Gesù è stato affidato al Dio di Israele, come prescritto, e nel grandioso Tempio di Gerusalemme un vecchio ha preso in braccio il bambino profetizzando.
È tempo di tornare a casa, ora, Gesù è cresciuto a sufficienza per affrontare il viaggio di quasi duecento chilometri che li separano da Nazareth. Ma quella notte Giuseppe ha un sogno: un angelo lo invita a fuggire, Erode vuole uccidere il bambino.

Dura realtà
Potrei continuare così per tre pagine, nel maldestro tentativo di ridare concretezza alla famiglia di Nazareth. Siamo tutti talmente presi dalle emozioni del Natale (che spero sia stato un buon Natale per ciascuno di voi!) da dimenticare il peso della concretezza che, come ogni famiglia, Maria e Giuseppe hanno dovuto affrontare. La fuga in Egitto rappresenta il culmine della fatica della famiglia di Gesù; osiamo solo immaginare il dolore di vivere lontani da casa, da clandestini, in condizioni economiche e lavorative precarie.
Dopo qualche anno di esilio ecco Nazareth, infine, con la bottega del falegname e il bambino che cresce. Momenti di lunga ed intensa serenità, finalmente. Fino all’episodio che oggi Luca ci racconta: il pellegrinaggio di Gesù che scende a Gerusalemme per la sua Bar Miztvah (figlio della Legge), il rito che segnava l’ingresso ufficiale di un adolescente nella comunità adulta.
Oggi celebriamo la Santa Famiglia, così diversa dalle nostre famiglie (una madre Vergine, un padre adottivo, un figlio che è Dio!) eppure così identica alle nostre nelle dinamiche affettive.
Se, dicevamo, Natale ci obbliga a chiederci se davvero vogliamo un Dio così inerme, la meditazione di questa famiglia e dei trent’anni vissuti a Nazareth, se possibile, ci forniscono spunti ancora più incisivi…
Dio cresce, quindi.
Cresce nella quotidianità di una famiglia di povera gente, piena di fede e donata al Mistero. Una famiglia che ha qualcosa da dire alla mia famiglia.

Quotidianità
La prima riflessione deriva proprio dal tran-tran quotidiano che Maria e Giuseppe vivono. Siamo – ahimè – abituati a considerare il tempo diviso in feriale e festivo. Altro è lo scorrere ripetitivo e noioso dei giorni, altro è l’evento cui ci prepariamo con gioia intensa; altra la fatica del lavoro altra l’ebbrezza delle ferie estive. Così nella fede: la domenica, se riusciamo, ritagliamo cinquanta minuti di Messa e poi, in settimana, siamo travolti dagli impegni.
Nazareth ci insegna che Dio viene ad abitare in casa, che nella quotidianità e nella ripetitività dei gesti possiamo realizzare il Regno, fare un’esperienza mistica, crescere nella conoscenza di Dio. Possiamo (sul serio!) elaborare una teologia del pannolino, un trattato mistico dei compiti dei figli.
La straordinaria novità del cristianesimo è – appunto! – la sua assoluta ordinarietà.
Coppie che avete un figlio primogenito: la vostra fatica e le notti insonni, il rapporto faticoso tra voi a causa della stanchezza e le preoccupazioni, sono le stesse di Maria e Giuseppe. Amici che vivete problemi al lavoro: anche Giuseppe ha passato notti agitate prima di chiedere un mutuo, per poter allargare la bottega da falegname. Donne che avete consacrato la vostra vita ai figli: anche Maria ha avuto un velo di tristezza negli occhi quando ha visto il suo primo capello bianco…
Dio ha deciso di abitare la banalità, di colmare lo scorrere dei giorni.

Il Padre
La seconda riflessione deriva dalla risposta, apparentemente dura e scortese, che Gesù rivolge ai propri genitori (da buon adolescente!) riguardo al suo restare a Gerusalemme dopo la Bar Miztvah: egli si deve occupare delle cose del Padre. Gesù richiama i propri genitori (!) al primato di Dio nella vita di una famiglia. Siamo insieme per aiutarci a trovare la felicità, il senso della vita, siamo insieme per camminare incontro alla pienezza. Dio non è una superflua appendice alle nostre scelte, magari da tirare fuori quando ci sono le feste o qualche problema. Se diventiamo cercatori di Dio realizziamo pienamente lo scopo del nostro stare insieme.

Il Mistero per casa
Maria e Giuseppe vedono il Mistero di Dio che gattona e bordeggia, che passa le notti piangiucchiando per la nascita di un dentino… Mi sono chiesto cento volte quanta fede hanno dovuto avere questi genitori per dirsi che quel bambino, identico a tutti i bambini, era davvero il Figlio di Dio. Giuseppe spesso guardava, alla fine della giornata, la sua verginale sposa imbarazzato per l’immensità della sua fede, sentendosi un poco inadatto a tanta meravigliosa tenacia. Maria, quando portava il caffè a metà mattinata a Giuseppe con i capelli ricci pieni di trucioli, benediceva in cuor suo il Signore per avergli dato un compagno così semplice e vero. La Santa Famiglia ci invita a guardare gli altri membri della famiglia con uno sguardo di fede e di luce, scovando il Mistero nascosto nelle persone che pensiamo statiche e immutabili.

Affidiamo a Dio le nostre famiglie concrete, quelle che abbiamo o che avremmo voluto avere, con tutta la fatica e la gioia, le contraddizioni e le povertà, le emozioni e il bene che ci sappiamo dare.
Dio ci abita.

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