Digerita – a fatica – la sconcertante pagina di Giovanni e il lungo e impegnativo discorso che Gesù tiene dopo il suo miracolo meno compreso, affrontiamo – tanto per restare in allenamento – un’altra spinosa questione. Abbiamo scoperto o riscoperto la natura esigente di Dio e del rischio – sempre attuale – di prenderlo e di prenderci in giro. Oggi il tema di fondo è il difficile rapporto tra le fede e la norma, tra la creatività e la regola, tra l’istinto e il comando. Diciamo subito che troppe volte Dio e tutto ciò che ha a che fare con il cristianesimo richiama – ahimé – norme di comportamento e il rischio di ridurre il cristianesimo a etica è sempre attuale. Non ci viene subito spontaneo pensare al cristianesimo come ad un `fare` o `non fare`? Non scherziamo grossolanamente sulle `pruderie` riguardanti i peccati? Occorre fare chiarezza, per quanto possibile. Gesù dice una cosa fondamentale, riprendendo la splendida esperienza di Israele: la fede è esperienza totalizzante che ti cambia la vita, crea stupore nel vedere un Dio che si occupa del popolo, suscita commozione e turbamento un Dio che si viene a raccontare e a raccontarci il segreto della felicità. Come l’innamoramento che accende e infiamma e non fa pesare l’inevitabile impegno dell’occuparsi dell’altro, così la conversione, l’accogliere il vangelo mette le ali e ti porta davvero a vedere il mondo in una prospettiva nuova e diversa! Ecco la radice di ogni norma, di ogni legge: l’amore, solo l’amore. E il darsi una regola di vita deriva dall’esigenza di trovare una strada, un cammino: scegliere di osservare una regola non è un evento magico, una specie di noiosa ma doverosa incombenza. E da qui in avanti possiamo ragionare, affrontare i temi che ne conseguono. Uno – in particolare – mi sta a cuore: è possibile un istinto che non assuma una forma concreta? E’ realistica una creatività, una passione che non incanali la sua forza in un fiume? Io amo qualcuno, ne sono appassionato, ma se questo desiderio, questo amore non diventa concretezza, realtà, resto nel vago, me la conto, mi faccio giri di testa… Mi spiego: la grande amicizia verso una persona non va continuamente vivificata col dialogo? Il fare pranzo di una madre non è il modo concreto di dire: `voglio che esistiate`? La stanchezza della notte insonne dei genitori di un neonato non è forse la concretezza del dono di sé? Belli i bambini – in teoria – altro diventare genitori. Bello l’innamoramento – quasi sempre – finché non assumi l’altro nella sua interezza (compresi i limiti). Non esiste – credo – alcuna manifestazione umana che non si configuri, prima o poi, come comportamento che diventa regola. Quindi non mi stupisce che la religiosità si dia dei percorsi: la preghiera, l’autenticità, il rispetto del riposo domenicale, il riconoscere un limite. Ma la regola non sostituisce il motivo per cui la rispettiamo, la norma è il vestito dell’amore ma, senza amore, resta vuota e incomprensibile. La ragione per cui Gesù appare un anarchico senza regola è proprio perché riporta la regola al suo alveo naturale: serva della verità, non padrona. Non è rispettando una norma che vivo l’amore, non è trasgredendola che incontro la verità. Animo, allora, amici: sappiamo accogliere con giusta misura ciò che da forma alla nostra fede: il rispetto dell’altro, l’autenticità di noi stessi, sappiamo riconoscere, senza spavento, la parte oscura di noi stessi. Conoscere e accogliere il Maestro Gesù significa sentirsi davvero amati e liberi, riconoscere il proprio limite non è in alcun modo un’umiliazione, una sconfitta, un’autolesionismo è – piuttosto, la constatazione della realtà, il punto di partenza da cui iniziare la conversione. Conversione che non sarà mai un definitivo abbandono della fragilità, quanto l’accoglienza del limite, il ridimensionamento della nostra parte oscura che c’è e lavora. Ognuno porta in sé una parte oscura: l’importante è che non ci parli, non ci spaventi così che – come diciamo ad ogni eucarestia – viviamo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni paura. Liberi dal peccato, non senza peccato: chiediamo – cioè – che la tenebra non ci renda schiavi. La regola di vita cristiana venga allora proposta e vissuta come forma dell’amore, come strumento – utile finché resta tale – per incontrare il Cristo.

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