1. Lettura del Vangelo secondo Giovanni 13, 31b-35

    In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». 

Convertirsi alla gioia significa smettere di cercare tra i morti uno che vive, superare il proprio dolore, come Tommaso, riprendere il largo, come Pietro, tenere stretta la mano del buon Pastore. E, arrivando alla fine del tempo pasquale, convertirsi alla gioia significa amare.

Cosa contraddistingue un cristiano? Cosa lo identifica come tale? Il fatto di andare a Messa? Il fatto di non commettere peccati? Il fatto di pregare? L’8×1000 alla Chiesa Cattolica? Cosa, dunque?
Gesù dice: dall’amore. Un cristiano si riconosce dal modo che ha di amare, un cristiano lo vedi tra mille per il colore della sua passione, per lo sguardo di tenerezza che ha sulle cose.

Dall’amore, solo dall’amore. Non dai vestiti o dalle croci appesa al collo, non dalle abitudini domenicali o dalle scelte politiche. Dall’amore, solo dall’amore.
Ma un amore che imita quello di Cristo.

Occorre ripeterlo e precisarlo, perché nulla di più ambiguo – oggi – si nasconde sotto la parola “amore”, dietro questa parola si cela una verità infinita di significati: passione, attrazione, coinvolgimento, oblazione…
Com’è, allora, l’amore cristiano?
Un amore dal collo torto e lo sguardo melenso rivolto ad un improbabile Gesù?
Un amore fatto di sacrifici o – all’opposto – un amore che giustifica ogni sbaglio?
L’amore dei cristiani è un amore ricevuto, accolto. Come una fontana dei nostri villaggi di montagna che riceve l’acqua di sorgente, si riempie fino all’orlo e poi trasborda per lasciar correre questo amore. Non uno sforzo o una lodevole iniziativa, non facciamo parte del club dei bravi ragazzi; amiamo, ci amiamo perché siamo amati. Ci scopriamo pensati, dentro un progetto, cercati e svelati a noi stessi, ci scopriamo belli dentro perché illuminati dal Signore, capaci di amare oltre il possibile perché riempiti dall’amore di Dio. Scopriamo che è l’amore e solo l’amore che riempie il mondo e regge l’universo., sentiamo che è possibile superare la parte oscura che – misteriosamente – annebbia il nostro sguardo. Ci possiamo amare ed accogliere perché lui per primo ci ha amati e ci ama. Di qui non si sfugge.

E – alla maniera di Dio – abbiamo pazienza verso noi stessi: il Signore paziente e misericordioso ci ha dato la vita intera perché possiamo imparare ad amare noi stessi, sapendo che chiusure e fragilità, traumi e paure alle volte limitano la nostra possibilità di amare, ma non la impediscono. Conosco ragazzi finiti nel baratro della disperazione e dell’annientamento, travolti da esperienze insostenibili di violenza, rinascere e imparare ad amare, una volta toccati dalla discreta e serena onnipotenza di Dio.

E, a imitazione del Maestro che amò i suoi fino alla fine, si può amare fino a far diventare la propria vita un donarsi, sapendo che, come dice Gesù, se uno perde la sua vita, la dona, la offre, la spende per gli altri, la guadagna. Senza improbabili misticismi, senza ingenuità, ma con faticosa quotidianità, disposti anche a subire qualche incomprensione e qualche fregatura pur di mantenere uno sguardo benevolo sulla realtà.
Quanto dobbiamo lavorare affinché – almeno! – nelle nostre preghiere domenicali si respiri accoglienza e calore e non la noiosa fatica di assolvere a un dovere…

Sí. Dall’amore siamo riconosciuti: fuori dalle chiese, in ufficio, al lavoro, a scuola. Un amore virile, duro, a volte, ma reale e leale. Sogno? Utopia?
Cristo è morto per realizzare questo sogno, il “suo” sogno che è la Chiesa.
Tutto questo costruendo il Regno che Gesù ha inaugurato e che fa dire al Signore: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.
Sì: il nostro cuore è nuovo, la nostra vita è nuova perché, amati, possiamo amare.

E questo non ci riempie il cuore di gioia?

Paolo Curtaz

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